La proposta di separazione delle carriere dei magistrati, sottoposta al voto referendario, nasconde intenzioni molto più profonde di quanto appaia in superficie. Ad attirare l'attenzione degli analisti è un dettaglio tanto semplice quanto rivelatore: se l'obiettivo fosse davvero limitato all'assetto organizzativo della magistratura, basterebbe una legge ordinaria per raggiungerlo. Invece, l'esecutivo ha scelto di ricorrere a una modifica costituzionale che tocca ben sette articoli della Carta fondamentale.

Questa scelta operativa solleva interrogativi legittimi sulla vera portata dell'intervento. Perché aggirare le procedure ordinarie se la riforma fosse meramente tecnica? La risposta che emerge dall'analisi critica è che l'ambizione reale del governo supera di gran lunga la semplice riorganizzazione delle strutture giudiziarie. In gioco c'è nulla di meno che il tentativo di consolidare il potere dell'esecutivo sugli organi di giustizia, storicamente indipendenti e garanti del contrappeso rispetto al governo.

La separazione delle carriere rappresenterebbe il fulcro di questa strategia più vasta. Dividendo magistrati giudicanti e inquirenti in percorsi professionali distinti, si creerebbe una frattura strutturale che potrebbe facilitare il controllo governativo su settori decisivi della magistratura. Una conseguenza che una semplice riorganizzazione amministrativa non comporterebbe, ma che invece emerge logicamente da una rifondazione costituzionale.

I sostenitori del No al referendum insistono su questo aspetto cruciale: la sproporzionata portata costituzionale della riforma tradisce l'intenzione di apportare cambiamenti radicali al sistema di pesi e contrappesi tra poteri dello Stato. Non si tratta di razionalizzare l'organizzazione interna della magistratura, ma di riscrivere le fondamenta del rapporto tra magistratura e governo.