Donald Trump non nasconde più le ambizioni verso Cuba. Durante una conferenza stampa, il presidente degli Stati Uniti ha affermato candidamente di credere di avere "l'onore di conquistare Cuba", aggiungendo che potrebbe "liberarla o prenderla" secondo le sue necessità. A distanza di 57 anni dalla rivoluzione castrista, la strategia americana sembra orientarsi verso il controllo dell'isola attraverso leve economiche piuttosto che politiche dirette.
La svolta arriva dalle autorità cubane stesse. Oscar Pérez-Oliva Fraga, vicepremier e ministro del Commercio dell'Avana nonché nipote di Fidel Castro, ha concesso un'intervista esclusiva alla Nbc news annunciando una posizione inedita: Cuba è disposta ad intrattenere relazioni commerciali stabili con le imprese statunitensi, compresi gli imprenditori cubani residenti negli Stati Uniti e i loro eredi. Secondo Fraga, gli investimenti potrebbero interessare settori chiave come il turismo, l'estrazione mineraria e la modernizzazione delle infrastrutture elettriche. "Questo fenomeno trascende la semplice sfera commerciale", ha precisato il funzionario cubano, "poiché includerebbe anche capitali di grandi dimensioni destinati alle infrastrutture". Tale apertura rappresenta un cambio di rotta rispetto alle politiche isolazioniste che hanno caratterizzato l'isola negli ultimi decenni.
La pressione economica su Cuba si intensifica anche grazie alle sanzioni applicate al Venezuela, principale fornitore petrolifero dell'arcipelago caraibico. Washington sta contemporaneamente conducendo negoziati diplomatici con funzionari cubani, mentre fonti citate dal New York Times suggeriscono che l'amministrazione Trump stia elaborando strategie per destabilizzare il presidente Miguel Díaz-Canel.
Tuttavia, l'impedimento maggiore a questo piano rimane il sistema giuridico americano. Quando il governo rivoluzionario cubano nazionalizò le aziende statunitensi negli anni Sessanta, il presidente John Fitzgerald Kennedy rispose con un embargo tramite decreto esecutivo. Nel 1996, il presidente Bill Clinton ha consolidato questa misura firmando la legge Helms-Burton, trasformando l'embargo in norma federale. Questa conversione legale ha sottratto al presidente il potere discrezionale di revocare unilateralmente le sanzioni, collocando la decisione finale nelle mani del Congresso statunitense. Attualmente, quasi tutti i settori economici rimangono preclusi ai cittadini americani, dalle transazioni commerciali al turismo, creando un ostacolo significativo alla realizzazione dei progetti di Trump.