L'Iran sta ridisegnando le regole di uno dei corridoi marittimi più importanti al pianeta. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un terzo del petrolio mondiale, non è formalmente bloccato, ma Teheran lo sta progressivamente vincolando a una serie di restrizioni politiche ed economiche che ne alterano profondamente la natura di passaggio internazionale libero. La Repubblica islamica ha comunicato ufficialmente alla International Maritime Organization le proprie intenzioni: le unità commerciali potranno circolare senza impedimenti solo se considerate «non ostili» e a patto che non partecipino a «atti di aggressione» contro il Paese persiano.
Secondo quanto riportato da fonti Bloomberg e Lloyd's List, dietro questa cortina di dichiarazioni si cela una pratica ben più concreta: il governo di Teheran avrebbe iniziato a esigere compensi per autorizzare i transiti, con richieste che raggiungono i due milioni di dollari per singola nave. I pagamenti non seguono criteri stabili e trasparenti, dipendendo da valutazioni caso per caso che rendono la situazione particolarmente instabile per gli armatori e le compagnie di shipping.
Ma questa strategia iraniana entra in diretto conflitto con il diritto marittimo internazionale. La Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (Unclos), in vigore dal 1982, classifica Hormuz come «stretto utilizzato per la navigazione internazionale». L'articolo 38 garantisce a tutte le navi e gli aeromobili il diritto di passaggio in transito continuo e veloce, senza alcun impedimento. L'articolo 44 riconosce sì la sovranità costiera dell'Iran e dell'Oman sulle acque territoriali, ma proibisce esplicitamente sia la sospensione che il condizionamento di questo diritto. Sebbene Teheran abbia sottoscritto il trattato, non lo ha mai formalmente ratificato, un aspetto che però non elimina i suoi obblighi derivanti dal diritto consuetudinario internazionale.
La mossa iraniana rappresenta un salto di qualità nelle tensioni attorno a Hormuz. Alle precedenti minacce di chiusura e alle operazioni di posizionamento di mine si aggiungono ora rivendicazioni di natura economica: Teheran sostiene di avere il diritto di riscuotere tasse sui transiti e risarcimenti per i danni bellici subiti. Questi argomenti, tuttavia, non trovano fondamento nella normativa internazionale, che protegge esplicitamente la libertà di navigazione in questo strategico punto di passaggio.
Le conseguenze pratiche sono già visibili. Le assicurazioni per le navi nel tratto hanno toccato livelli storici, i corridoi di transito sono sottoposti a controlli sempre più rigidi e l'incertezza sulla fattibilità dei passaggi crea distorsioni nei flussi commerciali globali. L'Imo ha convocato una sessione straordinaria del Consiglio e continua a monitorare l'evoluzione della situazione, ma il rischio è che Teheran stia consolidando de facto un sistema di sorveglianza e tassazione che, sebbene non costituisca una chiusura totale, trasforma uno stretto internazionale in una leva di pressione geopolitica ed economica.