La tensione tra Iran e Israele raggiunge nuovi picchi dopo quasi un mese dall'inizio delle operazioni militari coordinate tra Washington e Tel Aviv, iniziate il 28 febbraio scorso. Secondo quanto riportato dalla Cnn, Teheran sta adottando misure difensive significative: l'installazione di mine nell'isola di Kharg, strategica snodo petrolifero iraniano, rappresenta un segnale chiaro della preparazione a una possibile invasione. Nel contempo, i media israeliani riferiscono di attacchi su vasta scala lanciati dalle Idf contro le principali infrastrutture della capitale iraniana.
Mentre le operazioni militari proseguono con intensità, Donald Trump sta già lavorando a una soluzione diplomatica. Il presidente americano ha comunicato internamente ai suoi collaboratori la convinzione che il conflitto sia ormai nelle fasi conclusive, con l'obiettivo dichiarato di concludere le ostilità entro quattro-sei settimane dal loro inizio. Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, Trump avrebbe detto ai consiglieri che ridimensiona la guerra come una priorità minore rispetto ad altri dossier della sua agenda presidenziale.
Una dichiarazione particolarmente significativa attribuita a Trump suggerisce che il regime iraniano sarebbe già propenso a negoziati, ma avrebbe timore di ammetterlo pubblicamente. Questa valutazione del presidente americano indica una lettura tattica della situazione: nonostante le operazioni militari in corso, entrambe le parti potrebbero essere disposte al tavolo delle trattative. L'arco temporale ipotizzato da Washington per la conclusione del conflitto coincide anche con il previsto vertice tra Trump e il leader cinese Xi Jinping, suggendo che la risoluzione di questa crisi sia funzionale agli equilibri geopolitici più ampi che l'amministrazione americana intende consolidare.
Le operazioni militari, che hanno caratterizzato l'ultimo mese, potrebbero quindi rappresentare una fase preparatoria a negoziati piuttosto che l'inizio di un conflitto prolungato. La strategia americana sembra puntare a esercitare pressione militare sufficiente a spingere Teheran verso il compromesso, mantenendo però la capacità di transitare rapidamente verso una soluzione diplomatica qualora le condizioni si rivelassero favorevoli.