Un uomo che si identifica come ex cacciatore e tiratore scelto ha deciso di rendere pubblica la propria testimonianza sulla partecipazione alle operazioni di Sarajevo durante la guerra in Jugoslavia. In un'intervista rilasciata al Fatto Quotidiano e raccolta dalla giornalista Marianna Maiorino, l'individuo sostiene di aver compiuto più missioni tra il 1994 e il 1995, affermando di essere "direttamente coinvolto" negli episodi dei cecchini del fine settimana, sebbene operasse in zone diverse rispetto ad altri tiratori.

Le descrizioni fornite dall'uomo mettono in luce l'impatto psicologico devastante di questa esperienza. "Non è paragonabile al tiro al bersaglio in poligono", ha spiegato, aggiungendo che la visione di civili mutilati e in agonia rappresenta un trauma persistente. Confessa di soffrire ancora di incubi notturni legati a queste esperienze, in particolare quando ripensa agli effetti delle munizioni di grosso calibro sui corpi delle vittime.

Secondo la sua testimonianza, la motivazione dietro il reclutamento di tiratori europei risiedeva nella loro preparazione tecnica superiore rispetto ai combattenti locali. I serbi, spiega il testimone, cercavano consapevolmente persone addestrate al tiro a lunga distanza provenienti dall'Europa occidentale, inclusi molti ex componenti della Folgore, la brigata di paracadutisti dell'esercito italiano. L'uomo cita la presenza anche di britannici, francesi e alcuni tedeschi. Quanto alle motivazioni personali, ammette di avere sempre nutrito simpatie per l'estrema destra e afferma di aver aderito al conflitto spinto da ostilità verso la popolazione musulmana.

L'organizzazione dei viaggi verso i Balcani seguiva un sistema strutturato che, secondo la testimonianza, vedeva il coinvolgimento di mercenari che gestivano trasporti via piccoli aerei. Questi voli partivano da abruzzesi e pugliesi, atterrando in Macedonia o Montenegro, spesso contravvenendo alle normative di sicurezza aerea. L'ex cecchino respinge però l'ipotesi che un'organizzazione centrale coordinasse e finanziasse questi trasferimenti, suggerendo invece che i costi venissero coperti individualmente. Nega inoltre le voci circolate su compensi esorbitanti, come i presunti cento milioni per ogni morte di un bambino.

Riguardo all'equipaggiamento utilizzato, l'uomo sostiene di aver usato principalmente carabine da caccia reperibili localmente, anche se è riuscito a procurarsi un PRG e un fucile Dragunov, modello SVD, arma che descrive come quella da lui preferita, caratterizzata dal meccanismo semiautomatico e dalla lunga canna di 67 centimetri. La sua testimonianza si conclude ribadendo che l'esperienza concreta della guerra sia qualcosa che sfugge a qualsiasi descrizione teorica e che possa essere veramente compresa solo da chi l'ha vissuta direttamente.