Mercoledì scorso a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, un episodio di violenza ha scosso il mondo della scuola: un ragazzo di 13 anni ha accoltellato una professoressa, un evento drammatico che ha rischiato di avere conseguenze fatali per la vittima. Le immagini dell'aggressione sono state registrate e diffuse tramite Telegram, ma le principali testate giornalistiche, tra cui il Fatto Quotidiano, hanno deciso consapevolmente di non ripubblicare il materiale. Si tratta di una decisione consapevole e motivata, non di una limitazione alla libertà di stampa, bensì di un'applicazione rigorosa dei principi che guidano la professione giornalistica.
La ragione di questa scelta affonda le radici negli obblighi deontologici che regolano il lavoro dei giornalisti italiani. L'Ordine dei Giornalisti, attraverso il Testo unico dei doveri professionali e la Carta di Treviso, impone una protezione particolare quando sono coinvolti minori, indipendentemente dal fatto che siano vittime o autori di reati. Pubblicare immagini che ritraggono un bambino mentre commette un atto criminale grave significherebbe esporlo a una stigmatizzazione permanente, compromettendo irrimediabilmente il suo diritto al recupero e all'integrazione sociale, principi fondamentali del sistema giuridico minorile italiano.
Altro aspetto critico è il rischio di spettacolarizzazione della violenza e del suo effetto imitativo su giovani spettatori. Quando i media trasmettono in maniera cruda e dettagliata scene di aggressione, contribuiscono a normalizzare la brutalità e possono fungere da catalizzatori per comportamenti violenti in altri contesti. Il dovere del giornalismo è informare il pubblico sui fatti rilevanti, non trasformare la tragedia in intrattenimento sensazionalistico o in contenuto virale destinato a generare engagement sui social network.
Un terzo elemento riguarda la dignità della vittima dell'aggressione. Mostrare nel dettaglio le fasi dell'attacco significa ridurre il dramma di una persona aggredita a mero spettacolo visivo, replicabile e condivisibile senza controllo. La professoressa ferita ha il diritto di non veder trasformato il momento peggiore della sua vita in un prodotto mediale destinato a circolare indefinitamente sul web.
L'Usigrai, il sindacato dei giornalisti della Rai, ha ribadito l'importanza di non diffondere il video, sottolineando che il servizio pubblico radiotelevisivo ha una responsabilità ancora maggiore: quella di garantire un'informazione verificata, contestualizzata e rispettosa delle norme deontologiche, senza cedere alla pressione dei social media e alla logica della viralità. Non trasmettere il filmato non rappresenta quindi una forma di censura, ma l'esercizio consapevole di una professione regolata da principi etici vincolanti, volti a proteggere i soggetti più vulnerabili e a preservare la credibilità del sistema informativo nel suo complesso.