Un uomo identificato con lo pseudonimo Paolo, ex cacciatore del Piemonte, ha deciso di rompere il silenzio sulla sua esperienza durante il conflitto nei Balcani. In un'intervista video rilasciata in esclusiva e documentata dal giornalista Martino Villosio, racconta di aver partecipato a missioni come cecchino tra il 1994 e il 1995, operando dalla ex Jugoslavia in più occasioni. Non si presenta come semplice osservatore degli eventi, ma come partecipante attivo ai combattimenti, definendosi e gli altri come "volontari" stranieri che attraversarono i confini con relativa facilità.

La testimonianza di Paolo fornisce dettagli fino a oggi poco documentati pubblicamente: descrive le condizioni estreme del terreno, le basse temperature, la brevità dei soggiorni, i movimenti tattici e il materiale bellico utilizzato. Ma soprattutto rivela le conseguenze psicologiche e fisiche delle azioni commesse: parla di amputati tra i civili, di emorragie osservate, degli incubi ricorrenti che ancora lo tormentano. "Non è come sparare al poligono", afferma nella sua testimonianza, alludendo al divario tra l'addestramento teorico e la realtà della guerra.

Ciò che emerge dall'inchiesta è la presenza di una rete strutturata di combattenti stranieri che operava in una sorta di zona grigia legale e politica. Paolo non era isolato, ma parte di un fenomeno più ampio di cui finora era stato difficile ottenere ammissioni dirette. Le sue rivelazioni includono itinerari di viaggio, nomi di altri protagonisti e destinazioni che vanno oltre Sarajevo, città simbolo del conflitto bosniaco.

La confessione apre scenari d'interesse anche per le autorità investigative, sollevando interrogativi su come cittadini italiani abbiano potuto allontanarsi dal territorio nazionale per partecipare a combattimenti stranieri senza conseguenze legali e su quali rotte e network facilitassero questi spostamenti. La testimonianza si inserisce nel contesto della ricerca intitolata "I cecchini del weekend", un'inchiesta in forma di libro pubblicata da PaperFirst e curata da Ezio Gavazzeni, che affronta proprio questo fenomeno ancora poco illuminato della guerra balcanica degli anni Novanta.