Maurizio Gasparri potrebbe davvero sentirsi tradito dalla storia. L'ex capogruppo del Popolo della Libertà, una figura centrale nella destra berlusconiana fino a poco tempo fa, si ritrova oggi ai margini della scena politica, mentre gli eredi del suo percorso raccolgono i frutti di quello che lui aveva seminato. È una dinamica che la politica conosce bene: quella dei fedeli che restano indietro mentre altri, magari più furbi o più fortunati, avanzan nel tempo.
Gasparri, esponente del Msi passato al progetto berluscoriano, è indissolubilmente legato alla legge televisiva del 2004. Una norma che ha fatto discutere allora e che continua a far discutere oggi, tanto che viene ricordata come uno degli esempi più chiari di legislazione plasmata su misura degli interessi di un singolo imprenditore e uomo politico. La legge, fortemente osteggiata dall'opposizione e guardata con scetticismo persino dal presidente della Repubblica Carlo Azalio Ciampi, ha però trovato il via libera del Parlamento. A quel risultato ha contribuito in misura determinante proprio Gasparri, che si è speso con dedizione per trascinare il provvedimento in porto.
Quella riforma televisiva era pensata prima di tutto per risolvere i problemi legali di Mediaset, il colosso controllato da Berlusconi. In teoria riguardava il sistema dell'etere italiano, ma nei fatti serviva principalmente a tutelare gli interessi di una singola azienda e del suo proprietario, come ammisero anche alcuni alleati di governo, sebbene a mezza voce. La legge rappresentava dunque un capolavoro di legislazione interessata, giudicata persino dagli alleati più stretti come un provvedimento di utilità esclusivamente berluscoriana.
Ma il tempo ha riscritto le geografie del potere nella destra italiana. Quei colleghi che Gasparri probabilmente considerava marginali, come Giampolo La Russa e Giorgia Meloni, hanno scelto una strada diversa: fondarono Fratelli d'Italia e oggi raccolgono consensi ben più ampi di quelli che garantisce il movimento berluscoriano. Gasparri rimase fedele al Cavaliere anche dopo la dissoluzione del Polo delle Libertà, scommettendo su un futuro che si è rivelato meno luminoso di quanto sperasse. Quella scelta di lealtà, che avrebbe dovuto ricompensarlo, lo ha invece confinato progressivamente ai margini.
Oggi, mentre la sua carriera politica sembra arrivare al capolinea, Gasparri può riflettere su un'ironia della storia: ha dedicato anni e energie a consolidare un potere mediatico che non gli appartiene, costruendo fondamenta legali per un'architettura del consenso dalla quale alla fine è stato escluso. È la storia di chi pensa che la gratitudine sia moneta corrente in politica, quando invece è spesso solo una debita considerazione che non dura oltre l'utilità del servizio prestato.