La consultazione referendaria del 27 marzo ha segnato una vittoria netta per il fronte del No sulla riforma costituzionale riguardante la separazione delle carriere nella magistratura. Un risultato che rappresenta, secondo gli analisti, un momento cruciale di consapevolezza democratica, dove gli elettori hanno compreso le implicazioni profonde di una modifica che avrebbe toccato i fondamenti dell'indipendenza giudiziaria italiana.
L'esito non era automatico. La campagna referendaria ha richiesto un lavoro capillare sul territorio, condotto dai comitati per il No con il supporto decisivo di magistrati e professionisti legali, che hanno illustrato pubblicamente i rischi nascosti dietro la proposta di riforma. Davide Grassi, avvocato e opinionista, sottolinea come la vittoria sia stata possibile proprio grazie a questo impegno diffuso, che ha andato oltre la semplice distribuzione di materiale informativo per raggiungere davvero i cittadini.
Secondo Grassi, gli argomenti populisti sulla questione non hanno fondamento reale. Affermazioni come "il magistrato pagherà per i suoi errori" o "non ci saranno più casi come Tortora" rappresentano semplificazioni fuorvianti. In realtà, la riforma non avrebbe modificato le responsabilità dei magistrati né avrebbe impedito futuri errori giudiziari. Anzi, il vero pericolo era vedere una magistratura requirente sottratta alle proprie responsabilità e gradualmente controllata dalla politica, una conseguenza naturale della separazione delle carriere.
Ma qui inizia la vera partita. Il referendum rappresenta un punto di partenza, non l'arrivo. Grassi invoca una nuova fase improntata alla responsabilità condivisa, dove magistratura e politica si impegnino concretamente nel miglioramento della giustizia. I temi da affrontare sono concreti e urgenti: i tempi interminabili dei processi, la qualità e l'affidabilità delle indagini, le garanzie effettive per i cittadini. Questioni che coinvolgono persone reali, i cui diritti, il cui tempo e la cui dignità rimangono spesso sacrificati su altari burocratici.
I comitati che hanno combattuto la battaglia referendaria dovrebbero ora mantenere la stessa energia e determinazione per sensibilizzare il paese su questi temi pratici. La giustizia non deve trasformarsi in uno sport da tifosi, con fazioni contrapposte, ma tornare a essere una questione di interesse civico collettivo. Ci sono storie da raccontare: quella del cittadino intrappolato in un processo decennale, quella di chi ha subito un'ingiusta accusa, quella di chi si sente comunque sconfitto anche quando ha avuto ragione. Queste narrazioni devono tornare al centro del dibattito pubblico sulla giustizia italiana.