Dopo quattro anni di stallo politico e sconfitte consecutive, il campo largo progressista respira di nuovo. La vittoria referendaria sui temi costituzionali rappresenta la prima vera iniezione di ottimismo per un'opposizione che, dal 2022, fatica a recuperare terreno rispetto al governo Meloni. La mobilitazione popolare e l'afflusso ai seggi degli ultimi giorni hanno dimostrato che, quando la posta in gioco riguarda principi fondamentali dello Stato, gli elettori di centrosinistra sanno ritrovarsi e marciare compatti.
Ma gli osservatori della politica italiana suonano il campanello d'allarme: conquistare il 'no' a una consultazione referendaria non coincide automaticamente con il voto favorevole a un progetto politico alternativo. Come evidenzia l'analista Antonio Polito, è effettivamente più semplice riunirsi contro qualcosa piuttosto che coagularsi intorno a una visione comune. Francesco Merlo aggiunge una precisazione importante: il risultato del 22 e 23 marzo rappresenta soprattutto un giudizio negativo sul governo in carica, non necessariamente un'approvazione del centrosinistra come forza di governo. Nel Pd circola con insistenza la convinzione che esista una maggioranza relativa favorevole alla sinistra nel paese, tesi sostenuta da Igor Taruffi, consigliere ombra di Elly Schlein, e ripetuta costantemente da Pier Luigi Bersani nelle sue apparizioni televisive.
Il contesto rimane comunque critico per la destra governativa. Matteo Renzi sottolinea come Meloni abbia "perso il tocco magico" che le aveva permesso di dominare il consenso negli ultimi anni. È significativo, tuttavia, che il leader di Italia Viva sia rimasto l'unico tra i big dell'opposizione a richiedere pubblicamente le dimissioni della premier: gli altri hanno prudentemente evitato questa mossa, rivelando di non essere affatto pronti a gestire una possibile caduta del governo. Dal 2014, d'altronde, il centrosinistra non vince elezioni politiche, e il fiato della sinistra non soffia tanto forte da queste parti.
La vera partita si giocherà al momento delle prossime elezioni nazionali, dove le dinamiche saranno radicalmente diverse. In quella sfida, l'effetto di polarizzazione che ha aiutato il fronte del 'no' - con defezioni dal centrodestra e concentrazione del voto della sinistra estrema in passato dispersa - potrebbe dissolversi. Giuseppe Conte, già proiettato con lo sguardo oltre la vittoria referendaria, punta dritto alle primarie del centrosinistra e sogna di conquistare la leadership della coalizione. Sia lui che Renzi rappresentano figure che il Pd guarda con una miscela di timore e diffidenza: troppo spregiudicati, troppo imprendibili nel ruolo di gregari di una coalizione. La sfida tra i leader progressisti per il controllo della sinistra potrebbe rivelarsi più decisiva, nelle prossime settimane, dello stesso risultato referendario appena conquistato.