Una perizia tecnica depositata presso il tribunale di Roma ha riaperto il caso della morte di Simone Scipio, il ventnovenne agente della Polizia di Stato in servizio alle Volanti del capoluogo laziale, rimasto vittima di un tragico incidente stradale il 20 luglio 2019 sull'isola greca di Mykonos. Secondo l'analisi dell'ingegnere forense Mario Scipione, l'assetto dei fatti ricostruiti dalle autorità greche iniziali risulta completamente rovesciato rispetto alle conclusioni raggiunte fino ad oggi.

Scipio era in vacanza con amici e colleghi quando l'incidente mortale si verificò lungo la strada che collega Chora a Platis Gialos intorno alle 22.50. Inizialmente, sia le autorità greche che i pubblici ministeri romani avevano attribuito la responsabilità dell'accaduto a un errore di manovra dello stesso Scipio. Tuttavia, la famiglia della vittima aveva sempre contestato questa versione dei fatti, alimentando dubbi sulla ricostruzione ufficiale. Oggi, grazie all'indagine tecnica, emergerebbe un quadro completamente diverso.

L'elemento risolutivo della perizia risiede nell'analisi biomeccanica delle lesioni riportate dai due occupanti del quad. Secondo l'esperto, il conducente del mezzo a due ruote, identificato in un collega di Scipio ora iscritto nel registro degli indagati per omicidio stradale, ha subito ferite non letali poiché poteva appoggiarsi saldamente al manubrio e beneficiava della protezione offerta dalla struttura del veicolo. Al contrario, il passeggero dispone di un'unica protezione rappresentata dal corpo di chi guida. Scipio, seduto dietro, è stato pertanto scaraventato con violenza contro una parete rocciosa nel momento dell'impatto, risultandone fatale.

La ricostruzione cronologica dei fatti, arricchita dai dati estratti dall'applicazione Waze dal telefono cellulare della vittima, rivela ulteriori dettagli significativi. Circa 25 metri prima dello scontro, il quad procedeva a una velocità stimata di 83 chilometri orari, ampiamente superiore al limite consentito di 50 chilometri orari in quel tratto stradale. Il mezzo ha improvvisamente deviato verso destra della carreggiata, impattando contro un furgone Mercedes parcheggiato su una banchina sterrata. Questo dato di velocità eccessiva, abbinato alla perdita di controllo del veicolo, rafforza l'ipotesi che alla guida non fosse Scipio bensì il suo collega.

La perizia rappresenta dunque un momento di svolta cruciale nell'iter investigativo. La famiglia del giovane agente romano potrà finalmente vedere riconosciuta la verità dei fatti, mentre il collega indagato si troverà a dovere fronteggiare l'accusa di omicidio stradale secondo la legislazione italiana. L'inchiesta prosegue con questa nuova direzione, allo scopo di accertare eventuali responsabilità penali e civili relative a quella notte di luglio che ha spezzato la vita di un trentenne promettente nel corpo della Polizia di Stato.