Il panorama politico italiano torna a essere attraversato da miraggi. Dopo lo smacco referendario subito dalla coalizione di centrosinistra, emerge con prepotenza l'ennesimo equivoco: quello di scambiare una vittoria nelle aule di Palazzo con un verdetto delle urne. Questa volta i protagonisti sono Giuseppe Conte ed Elly Schlein, una leadership bicefala che sembra ripetere gli stessi passi falsi compiuti in passato da altre formazioni di sinistra.
Negli ultimi giorni il governo ha subito colpi significativi. Andrea Delmastro, noto sostenitore della linea dura contro il carcere duro, ha rassegnato le dimissioni coinvolto in una vicenda romana dalle connotazioni mafiose che contraddice palesemente la sua paladineria antimafia. Poco dopo è toccato a Daniela Santanchè, ministra da due anni sotto il peso di accuse relative alla gestione aziendale estranea al suo dicastero, a fare un passo indietro strategico per permettere alla premier Giorgia Meloni di consolidare la propria posizione.
Ma il cuore della questione risiede nella percezione distorta della sinistra riguardante il significato politico degli ultimi avvenimenti. La coalizione Conte-Schlein interpreterebbe il referendum come una vittoria che suggella un mandato popolare, quando in realtà si tratta di un voto su questioni specifiche, radicalmente diverso dalle elezioni politiche generali. È il medesimo abbaglio che colpì Prodi e D'Alema quando pensarono che un voto parlamentare equivalesse a una legittimazione popolare, così come Letta e Renzi quando ritennero di disporre di un mandato dei cittadini sulla base di successi nelle consultazioni europee, pur non avendo mai vinto elezioni nazionali.
Questa abitudine mentale rappresenta una costante nella storia recente della sinistra italiana. Dagli anni Novanta in poi, le sinistre hanno sistematicamente cercato vie alternative ai verdetti elettorali diretti, fondando le loro ambizioni di governo su negoziazioni parlamentari e coalizioni costruite dietro le quinte. Un comportamento che contrasta nettamente con la destra berlusconiana, che ha sempre basato la propria ascesa su trionfi elettorali diretti e inequivocabili.
Il miraggio del campo largo torna dunque a offuscare le prospettive di una sinistra che, da oltre tre decenni, non riesce più a ottenere il consenso popolare alle urne senza il supporto di artifici istituzionali. Una lezione che la storia della politica italiana ripete insistentemente, ma che sembra destinata a non essere mai veramente appresa.