Un contrasto stridente emerge dal mondo del cinema italiano in questi giorni di fine marzo. Da un lato Cinecittà spa festeggia risultati economici che l'amministratrice delegata Manuela Cacciamani descrive come «straordinari», con un bilancio che si chiude in positivo di 1,5 milioni di euro al lordo delle imposte. Dall'altro lato, gli operatori della settima arte italiana lamentano una «incertezza devastante» che caratterizza l'intero comparto.

La distanza tra queste due narrazioni è emersa chiaramente il 25 marzo scorso, quando Cacciamani ha illustrato i progressi della società di Stato ai principali quotidiani. Lo stesso giorno, però, il mensile specializzato Box Office ha pubblicato un'inchiesta critica firmata da Valentina Torlaschi che evidenzia «ritardi, distorsioni e un aumento del 138 per cento dei crediti d'imposta destinati alle produzioni straniere». Un segnale che non passa inosservato agli addetti ai lavori.

I numeri positivi di Cinecittà, secondo gli esperti del settore, sono principalmente il riflesso meccanico dell'arrivo di blockbuster internazionali attratti dagli incentivi fiscali italiani. Tra le produzioni in corso negli studi di Via Tuscolana figurano «Annibale» con Denzel Washington diretto da Antoine Fuqua, la serie Netflix tratta da «Assassin's Creed» e il nuovo film di Mel Gibson «La resurrezione di Cristo». Sono progetti miliardari che sfruttano le agevolazioni previste dal sistema di tax credit, ancora oggi particolarmente vantaggioso per i produttori esteri rispetto alle realtà cinematografiche locali.

Angelo Zaccone Teodosi, presidente dell'IsICult e esperto di politiche culturali, pone una domanda diretta: quale valore reale hanno i 100 milioni di euro stanziati ogni anno dallo Stato per attrarre multinazionali straniere? Secondo Teodosi, questa non rappresenta una vera politica culturale, bensì una «degenerazione di stampo mercantilistico» che beneficia principalmente gli studi come infrastruttura mentre lascia nella precarietà gli autori, i tecnici e gli imprenditori cinematografici italiani.

La questione si complica ulteriormente a causa di una possibile inchiesta della Procura di Roma che interesserebbe l'Ad di Cinecittà, secondo quanto emerso da un articolo pubblicato da Repubblica l'11 marzo. Cacciamani ha dichiarato che si tratta di «notizie false» e ha precisato di aver richiesto un certificato penale per dimostrare di non essere indagata al momento della domanda. Una mossa che, tecnicamente, attesta solo l'assenza di indagini alla data della richiesta, non escludendo sviluppi successivi.

Intanto, il Fondo Cinema e Audiovisivo per il 2026 sarà di 606 milioni di euro, in calo rispetto ai 696 dell'anno precedente. Questa riduzione degli stanziamenti complessivi rende ancora più pressante il dibattito su come allocare le risorse pubbliche: premiare le produzioni straniere che garantiscono utili agli studi, oppure investire nella creatività cinematografica italiana che, pur soffrendo, rappresenta il patrimonio culturale nazionale.