«Non si tratta di un disturbo post-traumatico nel senso tradizionale del termine: quello che colpisce la popolazione di Gaza è un trauma permanente, che continua senza interruzione e si trasmette di generazione in generazione». È il quadro allarmante dipinto da Widad Tamimi, scrittrice e giornalista con radici sia palestinesi che ebraiche, intervenuta all'Università di Udine in occasione della presentazione del suo volume «Tra Palestina e Israele: raccontare la guerra, pensare la pace», pubblicato da Feltrinelli.
Secondo l'esperta, il fenomeno psicologico in corso è paragonabile alla sindrome da Vietnam, con una differenza cruciale: manca il prefisso «post». «Il trauma non ha una fine», sottolinea Tamimi, descrivendo un'emergenza sanitaria che non riguarda singoli individui ma l'intera comunità palestinese. Chi riesce a sfuggire alla guerra e raggiunge un Paese sicuro, continua, porta con sé il peso di una colpa soffocante: l'abbandono di chi rimane, dei defunti, della propria famiglia rimasta indietro.
La psicanalisi sta lentamente guadagnando spazio anche in contesti culturali dove storicamente c'era minor disponibilità: numerosi giovani palestinesi giunti in Italia per proseguire gli studi richiedono supporto psicologico dopo pochi mesi di permanenza. Tuttavia, Tamimi avverte che servono strumenti terapeutici specifici e differenziati. «Si tratta di un trauma che attraversa le generazioni e i confini geografici, richiede approcci personalizzati e il coinvolgimento di professionisti locali che comprendono il contesto culturale».
Le condizioni umanitarie attuali a Gaza rimangono drammatiche secondo la testimonianza dell'esperta. La popolazione continua a subire bombardamenti incessanti in mezzo a un territorio completamente distrutto. Mancano le infrastrutture essenziali: le scuole sono in rovina, gli ospedali non funzionano, le sale operatorie sono fuori servizio, i medicinali scarseggiano gravemente e l'approvvigionamento alimentare è ridotto al minimo. Un scenario che non fa che aggravare ulteriormente il carico psicologico già insostenibile di una collettività intera.