Georges Simenon continua a dominare le classifiche letterarie italiane. A quasi quattro decenni dalla scomparsa, il padre del commissario Maigret mantiene intatta la sua capacità di attrarre lettori e di generare interesse culturale. Non si tratta solo della pubblicazione costante di suoi inediti da parte di Adelphi o delle ristampe economiche diffuse in edicola: proprio in questi mesi il mercato editoriale si arricchisce di nuovi volumi dedicati all'analisi della sua opera e della sua figura complessa.
Dopo il monumentale L'affaire Simenon di Tiziano Fratus uscito l'anno scorso, il 2026 accoglie un nuovo contributo: In Francia con Georges Simenon di Riccardo De Gennaro (Passaggi di dogana, Giulio Perrone Editore, 128 pagine, 16 euro). Il sottotitolo Un uomo in fuga sintetizza perfettamente il cuore dell'opera, che si concentra sulla dimensione più sfuggente e intrigante dello scrittore: quella di un individuo eternamente insoddisfatto, costretto da un'inquietudine interiore a cercare continuamente nuovi orizzonti.
De Gennaro ricostruisce il mosaico dei trentatré traslocchi che hanno costellato l'esistenza di Simenon. La fuga inizia quando ha appena diciannove anni: il giovane belga abbandona Liegi, città che percepisce come troppo provinciale e inadatta ai suoi sogni di scrittore. Si porta dietro la prima moglie, Tigy, e raggiunge Parigi. Tuttavia, il fascino parigino risulta effimero. Verso il 1928, nonostante il crescente successo letterario, Simenon soffoca nella mondanità della capitale francese. La soluzione che immagina è radicale: acquista una barca e naviga lungo fiumi e canali francesi, convinto di scoprire così la vera essenza del Paese. Ma nemmeno questa esperienza lo placa.
La ricerca di stabilità prosegue senza tregua. Torna in Francia scegliendo la provincia atlantica, tra La Rochelle e la Vandea, dove spera di trovare quella tranquillità che lo insegue come un fantasma. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale e i sospetti di collaborazionismo con i tedeschi lo costringono infine a un esodo ancora più drammatico: nel 1945 si trasferisce negli Stati Uniti, dove rimane per un decennio spostandosi da New York al Texas fino al Connecticut. Anche l'America, però, non riesce a colmare il vuoto che lo abita. L'American way of life risulta insufficiente, e Simenon decide di tornare al Vecchio Continente.
Ciò che emerge da questa ricostruzione è il ritratto di uno scrittore il cui talento letterario conviveva con un'irrequietezza cronica, una sorta di inquietudine esistenziale che nessun successo riusciva a placare. Nonostante l'affermazione globale come autore, nonostante i riconoscimenti e il consolidamento della sua reputazione, Simenon rimane ossessionato dalla ricerca di un luogo, di uno stato d'animo, di un'identità stabile. Una paradossale contraddizione tra la solidità della sua opera e l'instabilità della sua persona che continua a affascinare critici e lettori, mantenendolo ai vertici del panorama letterario internazionale.