A partire da dicembre scorso, il governo israeliano ha dato il via a una serie di provvedimenti che Amnesty International definisce chiaramente illegittimi: espropri sistematici di terreni palestinesi, autorizzazioni record per nuovi insediamenti e formalizzazione di proprietà terriere come beni dello stato ebraico. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, sottolinea come questa accelerazione rappresenti un'escalation di portata e velocità senza precedenti nel processo di espansione coloniale, avvenuta persino mentre la comunità internazionale è concentrata sul conflitto a Gaza e sugli sviluppi regionali.
Le tappe concrete di questa strategia sono ben documentate. Il 10 dicembre, l'Autorità fondiaria israeliana ha pubblicato un bando per 3.401 nuove abitazioni nell'area E1, a oriente di Gerusalemme. Questo piano, congelato da trent'anni a causa della pressione delle potenze straniere, comporterebbe l'ampliamento dell'insediamento di Ma'ale Adumim e creerebbe un collegamento territoriale diretto tra questo e Gerusalemme Est occupata. Il risultato sarebbe la divisione della Cisgiordania in due zone separate, spezzando definitivamente la continuità geografica tra i principali centri palestinesi di Ramallah, Gerusalemme Est e Betlemme. Sono inoltre previsti lavori di costruzione di una strada di bypass e il trasferimento coatto dei palestinesi attualmente residenti.
Un giorno dopo, il 11 dicembre, il gabinetto di sicurezza ha approvato altri 19 insediamenti inediti, portando il totale autorizzato dall'attuale coalizione governativa a 68 in soli tre anni. Complessivamente, il numero degli insediamenti ufficiali raggiunge quota 210, mentre circa 750.000 coloni israeliani vivono già illegalmente nei territori occupati, inclusa Gerusalemme Est. Tra i nuovi progetti rientra anche la cosiddetta "legalizzazione retroattiva" di avamposti costruiti in violazione persino della legge israeliana interna.
Secondo l'organizzazione Peace Now, quasi il 58 per cento dei terreni nell'Area C della Cisgiordania risulta ancora non registrato: una situazione che facilita ulteriormente i procedimenti di confisca. Israele ha già acquisito il controllo di oltre la metà di questi territori. L'impatto sulla popolazione palestinese è concreto e drammatico: comunità intere rischiano lo sfratto forzato dalle proprie terre ancestrali.
Gli esperti di diritti umani avvertono che questi provvedimenti consolidano un sistema strutturale di occupazione discriminatoria, reso ancora più difficile da invertire dalla progressiva frammentazione territoriale. La velocità con cui il governo israeliano ha agito nelle ultime settimane dimostra, secondo i critici, un'intenzione dichiarata di rendere definitivo e irreversibile lo status quo, indipendentemente dagli impegni internazionali e dalle risoluzioni dell'Onu che considerano gli insediamenti violazioni del diritto umanitario.