Le crisi globali non aspettano. Quando la Russia ha invaso l'Ucraina, i prezzi del gas hanno subito un'impennata che l'Italia ha pagato cara. Adesso, con le tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran che mettono sotto pressione lo Stretto di Hormuz, il sistema energetico mondiale torna a tremare. E il nostro Paese scopre ancora una volta di essere vulnerabile, dipendente da fornitori e rotte su cui non ha alcun controllo.

I numeri raccontano una storia precisa: il 41% dell'elettricità consumata dagli italiani proviene dalle fonti rinnovabili, dato di cui andare orgogliosi. Ma il restante 59% rappresenta il vero problema. Il 42% arriva dal gas naturale, di cui importiamo oltre il 90%, mentre il rimanente 15% viene acquistato direttamente dall'estero, principalmente da Francia, Svizzera e Austria. In pratica, la gran parte dell'energia che alimenta fabbriche e abitazioni italiane dipende da decisioni e avvenimenti che avvengono oltre i confini nazionali. Una fragilità strutturale che non è sfortuna, ma conseguenza diretta di scelte consapevoli della politica italiana.

La radice del problema affonda negli anni Ottanta. Il referendum sul nucleare del 1987 ha rappresentato una cesura decisiva: l'Italia ha spento i suoi reattori atomici e ha progressivamente dismesso la capacità di autoproduzione energetica, puntando invece all'importazione. All'epoca sembrava vantaggioso dal punto di vista economico, ma il mondo è profondamente cambiato. La geopolitica è tornata a dominare le dinamiche globali, le guerre influenzano direttamente i prezzi e le catene di approvvigionamento, mentre le rotte commerciali possono essere bloccate dall'oggi al domani. Continuare a ragionare con la logica economica degli anni Ottanta significa ignorare le lezioni della storia recente.

Negli ultimi anni, parte significativa della classe dirigente italiana ha coltivato un'illusione comoda: credere che predicare la transizione ecologica fosse sufficiente a risolvere i nodi energetici del Paese. Nel frattempo, però, una rete diffusa di comitati locali, amministrazioni territoriali e forze politiche—in primo luogo della sinistra—ha elevato barriere praticamente insuperabili alla realizzazione di qualsiasi nuovo impianto. Il risultato è un Paese che parla di transizione verde ma non riesce a costruire infrastrutture necessarie alla sua stessa sopravvivenza energetica. Non è una questione di ideologia opposta all'ambiente: è un'incapacità strutturale di fare scelte coerenti e di mantenere impegni pubblicamente assunti.

Ora il governo studia interventi sulle accise dei carburanti per attutire i colpi sui cittadini e sulle imprese, promesse che esecutivi precedenti hanno fatto e regolarmente tradito. Ma gli interventi tampone non risolvono il problema di fondo: la dipendenza energetica dell'Italia rimane un dato di fatto strutturale. Finché il Paese non riuscirà a scegliere tra gli ideali e la realtà, finché la politica locale continuerà a bloccare qualsiasi progetto con veti pretestuosi, la fragilità rimarrà. E ogni crisi internazionale continuerà a ricordarci quanto il nostro benessere sia appeso a fili che altri controllano.