La Svizzera ha scelto di difendere il proprio sistema radiotelevisivo pubblico. Nella giornata di domenica 8 marzo, gli elettori elvetici si sono recati alle urne per quattro diversi referendum, uno dei quali verteva proprio sulla riduzione del canone Ssr (Società svizzera di radiotelevisione). Secondo le proiezioni dello scrutinio, il fronte del "no" ha nettamente prevalso con il 62% delle preferenze, mentre i voti favorevoli al dimezzamento della tassa si sono attestati al 38%. Una vittoria che segna un chiaro orientamento popolare a favore del mantenimento dell'attuale struttura finanziaria della radiotelevisione nazionale.

La campagna per il "sì" era stata promossa da un comitato composto da esponenti dell'Unione Democratica di Centro, partito di orientamento nazionalista e ultraconservatore, che aveva lanciato lo slogan "Duecento franchi bastano". Gli artefici della proposta avanzavano critiche su due fronti principali: contestavano quello che consideravano un orientamento ideologico troppo marcatamente progressista della Ssr e sottolineavano come il canone svizzero fosse tra i più elevati a livello internazionale. Il taglio proposto avrebbe comportato una riduzione del 40% sui finanziamenti, da 335 a 200 franchi annui per utente.

Un'eventuale approvazione della misura avrebbe generato conseguenze significative per l'azienda e il territorio. Gli analisti stimavano infatti che il ridimensionamento avrebbe provocato la perdita di oltre tremila posti di lavoro e una drastica contrazione della copertura territoriale dell'emittente, con riflessi anche sulla divisione italiana Rsi che produce programmi nella Svizzera italiana. L'Esecutivo federale e il Parlamento nazionale si erano schierati apertamente contro la proposta, interpretandola come una minaccia all'integrità del servizio pubblico radiotelevisivo.

A influenzare significativamente l'esito della consultazione è stata la controproposta governativa, che prevedeva un compromesso attraverso una riduzione moderata del canone da 335 a 300 franchi. Questa soluzione alternativa è stata portata avanti da Albert Rösti, esponente della stessa Unione Democratica di Centro, il quale dopo il suo ingresso nel governo ha dovuto abbandonare la posizione di promotore del referendum originario. Pur trovandosi nella paradossale situazione di opporsi pubblicamente alla propria stessa iniziativa, Rösti è riuscito comunque a conseguire parte degli obiettivi prefissati: il budget della Ssr subirà comunque una contrazione superiore al 15%, rappresentando un significativo risparmio economico senza però compromettere gravemente la struttura dell'ente.

Gli analisti politici hanno interpretato il risultato referendario come un chiaro segnale di fiducia verso le istituzioni federali e, contemporaneamente, come indicatore di una disaffezione verso la televisione pubblica ancora contenuta e non maggioritaria nella popolazione elvetica. La vittoria del "no" conferma come, nonostante le critiche periodiche ai costi e all'orientamento editoriale, gli svizzeri continuano a riconoscere il valore di un servizio radiotelevisivo pubblico quale elemento fondamentale del sistema mediatico nazionale.