A pochi giorni dalla Festa della donna, un interrogativo scomodo emerge dalle pagine di dibattito pubblico: perché le mobilitazioni femministe sembrano avere una visibilità selettiva? La domanda nasce da una lettera di Marco Previtali, bergamasco come il direttore cui si rivolge, che segnala un episodio di estrema gravità accaduto in provincia di Bergamo. Una ragazza di 26 anni è stata brutalmente aggredita con un'arma da taglio e violentata più volte da un uomo originario del Marocco. L'evento, avvenuto proprio alla vigilia dell'8 marzo, ha ricevuto scarsa attenzione dal movimento femminista organizzato, sollevando interrogativi sulla coerenza delle battaglie per i diritti delle donne.

Secondo l'analisi proposta, le celebrazioni dell'8 marzo si sarebbero trasformate nel corso degli anni in una liturgia politica con obiettivi prevedibili: il bersaglio polemico rimane costantemente lo stesso, identificato nel cosiddetto uomo occidentale, nel patriarca della società industrializzata, nel marito italiano medio. Questa narrazione tende a presentare la violenza di genere come una questione esclusivamente endogena alla cultura occidentale, come se il fenomeno non trovasse riscontri altrove o in contesti migratori. La realtà dei fatti, tuttavia, racconta una storia più complessa e meno comoda da affrontare pubblicamente.

Ciò che emerge dalle considerazioni sollevate è un pattern di comunicazione asimmetrico: quando il presunto responsabile di violenza corrisponde al profilo ideologicamente designato come colpevole, le reazioni sono immediate e massicce, con manifestazioni di strada, campagne mediatiche e dichiarazioni pubbliche. Al contrario, quando l'autore del crimine appartiene a categorie diverse, particolarmente immigrati provenienti da aree geografiche caratterizzate da strutture patriarcali marcate, la risposta si affievolisce notevolmente, accompagnata da una cautela che raramente caratterizza gli altri casi.

La critica sottintesa è che questa selettività compromette la credibilità del movimento femminista contemporaneo, trasformandolo da strumento di difesa universale dei diritti delle donne a veicolo di posizionamenti ideologici. Se l'obiettivo dichiarato fosse veramente la sicurezza e la libertà delle donne in tutte le circostanze, argomenta Previtali, il silenzio imbarazzato su certi crimini risulterebbe ingiustificabile. La questione pone il dibattito pubblico di fronte a una sfida: affrontare la violenza di genere come fenomeno trasversale, indipendentemente da quale sia la matrice culturale o geografica di chi la compie, oppure rischiare di ridurre le istanze femministe a semplice strumento di battaglia politica.L'episodio bergamasco, con la sua brutalità incontestabile, rappresenta dunque un banco di prova per coerenza e universalità dei principi che il movimento femminista dichiara di rappresentare.