Accese tensioni hanno caratterizzato la marcia dell'8 marzo a Roma, dove il collettivo transfemminista Non Una Di Meno ha organizzato una manifestazione durante la quale alcuni partecipanti hanno rivolto gravi minacce verso Pro Vita & Famiglia. Gli slogan scanditi dai manifestanti includevano frasi violente come "Le sedi di pro vita si chiudono col fuoco ma coi pro vita dentro" e riferimenti espliciti all'uso di molotov e all'augurio di morte nei confronti degli attivisti dell'associazione.

Secondo quanto riferito da Pro Vita & Famiglia in una nota ufficiale, solo la presenza costante delle forze dell'ordine ha impedito che la situazione degenerasse ulteriormente, bloccando i tentativi dei manifestanti di avvicinarsi fisicamente alla sede dell'organizzazione. Inoltre, nei pressi della location sono stati affissi manifesti del collettivo "Pro Scelta e Sorellanz3" che prendevano di mira l'associazione con messaggi di critica e provocazione.

L'associazione ha lanciato un appello alle personalità politiche progressiste, sottolineando quello che definisce un doppio standard nel trattamento degli episodi di violenza verbale. Nella loro dichiarazione, esponenti di Pro Vita & Famiglia affermano: "Se dei manifestanti pro life avessero rivolto minacce identiche ad associazioni transfemministe o Lgbt, scoppirebbe uno scandalo nazionale". L'organizzazione cita nominal mente politici come Elly Schlein, Alessandro Zan, Giuseppe Conte, Roberto Gualtieri e Laura Boldrini, chiedendosi dove sia la loro voce nel condannare quanto accaduto.

L'associazione sostiene inoltre che episodi simili si ripetono da anni senza ricevere adeguate denunce da parte dello stesso schieramento politico che protesta per altre violenze. Pro Vita & Famiglia utilizza questa vicenda per evidenziare quella che ritiene essere un'applicazione selettiva dei principi di uguaglianza e tolleranza, avanzando l'ipotesi che il silenzio dei politici equivalga a un'ammissione della loro validità limitata a determinati gruppi.