La scorsa settimana, in televisione durante il dibattito sul referendum costituzionale del 22-23 marzo, Giusy Bartolozzi, Capo di gabinetto del Ministro della Giustizia, ha lanciato una promessa ambiziosa: se vincerà il Sì, gli imprenditori torneranno a investire e i giovani italiani emigrati faranno ritorno nel paese, liberati finalmente da quella che ha definito la persecuzione giudiziaria dei magistrati, paragonandoli ai "plotoni di esecuzione". Un'affermazione che suona troppo ottimistica per chi osserva la realtà dei numeri e delle dinamiche socioeconomiche.

Ma la questione è ben più complessa. Nel 2024 hanno lasciato l'Italia circa 155.000 cittadini, in prevalenza giovani e qualificati. Questa emorragia demografica non è principalmente causata da una magistratura ostile alle imprese, bensì da un mercato del lavoro profondamente malato. Il problema affonda le radici in scelte politiche degli ultimi tre decenni: il Jobs Act, introdotto con l'intento di ridurre il precariato, ha invece consolidato una precarietà strutturale permettendo contratti a termine senza motivazione fino a 12 mesi. Contemporaneamente, l'abolizione del contratto a progetto ha fatto scomparire uno strumento che, almeno, richiedeva una reale finalità lavorativa.

I dati dell'Istat raccontano un quadro desolante. Circa 2,5 milioni di precari vivono in Italia, mentre il calo della disoccupazione ufficiale cela una realtà ancora più preoccupante: ben 800.000 persone ogni anno rinunciano semplicemente a cercare lavoro, preferendo l'inattività. In parallelo, pratiche come le false partite Iva rimangono diffuse, l'apprendistato è utilizzabile fino ai 30 anni, i contratti a chiamata continuano a esistere e persino la scuola pubblica fa affidamento su contratti precari cronici. I Centri per l'impiego sopravvivono artificialmente mentre le agenzie interinali li hanno di fatto sostituiti da decenni.

Certo, la precarietà potrebbe costituire un'opportunità temporanea se accompagnata da stipendi decenti e prospettive di crescita. Ma è esattamente quello che manca: salari insufficienti, assenza di tutele solide e zero certezza sul futuro spingono migliaia di giovani qualificati a cercare fortuna all'estero. Una riforma della magistratura non cambierà questa dinamica. Sono le politiche economiche e del lavoro degli ultimi trent'anni a portare la responsabilità principale di questa fuga di cervelli e braccia.