Carlo Nordio chiude definitivamente il capitolo delle polemiche attorno a Elisabetta Bartolozzi, sua capo di gabinetto al ministero della Giustizia. Durante una manifestazione a Torino dedicata al referendum sulla riforma giustizia, il ministro ha respinto categoricamente l'ipotesi di dimissioni della collaboratrice, sottolineando che le affermazioni rilasciate dalla stessa Bartolozzi hanno chiarito adeguatamente la posizione originaria.

Secondo Nordio, le dichiarazioni della Bartolozzi non erano dirette contro l'intera magistratura bensì unicamente verso quella componente minoritaria ritenuta politicizzata. Il ministro ha evidenziato come una corretta lettura del contesto renda evidente che le parole erano state oggetto di interpretazioni distorte, precisando inoltre che la personalità e il profilo della collaboratrice renderebbero impossibile un intento diffamatorio nei confronti della categoria magistratuale nel suo complesso.

Nordio ha colto l'occasione per ribadire la sua personale solidarietà verso il corpo della magistratura, ricordando come egli stesso sia stato parte di questa comunità per oltre quarant'anni. Ha menzionato specificamente il suo ingresso in magistratura nel 1975 e i rischi affrontati durante le inchieste sulle Brigate Rosse, quale primo magistrato nei rifughi dove venivano identificati i nomi di colleghi per possibili azioni violente. Ha sottolineato come una persona con questo percorso biografico non potrebbe mai intendere umiliare la magistratura.

Il titolare del dicastero ha inoltre evidenziato come la riforma della giustizia che il governo intende promuovere mira effettivamente a liberare la magistratura dalle influenze delle correnti interne e da talune degenerazioni organizzative. Nordio ha espresso rammarico per le considerazioni che negli ultimi mesi hanno messo in discussione le sue intenzioni, giudicando tali critiche particolarmente lesive della sua reputazione professionale e personale.

Il ministro ha concluso auspicando che il dibattito su questi temi prosegua mantenendo toni più moderati, accogliendo i suggerimenti provenienti dal Quirinale in favore di una comunicazione istituzionale più pacata. Ha ricordato come il dissenso rappresenti un elemento naturale della democrazia, purché espresso con la dovuta misura e rispetto reciproco.