Una famiglia iraniana residente a Torino si trova in una condizione di stallo amministrativo che dura ormai da più di dodici mesi. Mohsen K., ingegnere informatico che vive nel capoluogo piemontese dal 2019 e si è formato negli atenei locali, ha regolarmente importato in Italia moglie e figlio di quattro anni attraverso la procedura ufficiale di ricongiungimento familiare. Nonostante tutto sia stato gestito secondo le norme previste, la richiesta del permesso di soggiorno rimane ferma in uno status di «in lavorazione» presso la Questura, senza che siano pervenuti chiarimenti o aggiornamenti ai richiedenti.
La situazione ha creato gravi limitazioni per il nucleo familiare. La consorte, anch'essa ingegnere specializzata, non può accedere al mercato del lavoro né proseguire con attività formative; le è inoltre preclusa l'apertura di un conto bancario autonomo e da quando ha messo piede in Italia si affida esclusivamente ai servizi finanziari del marito. Nella speranza di sbloccare l'impasse, la coppia ha perfino deciso di rivolgersi a uno studio legale tre mesi fa, ma finora senza risultati tangibili.
La questione si complica ulteriormente sul fronte dei diritti personali e della libertà di movimento. La moglie desiderava visitare i genitori rimasti in Iran, un desiderio che si è trasformato in un'impossibilità assoluta a causa della mancanza del permesso di soggiorno e della chiusura della sezione visti presso il consolato italiano a Teheran. In assenza di documentazione valida, non può varcare confini né europei né extraeuropei, restando di fatto confinata al territorio nazionale italiano.
Attraverso il suo appello, Mohsen K. ribadisce con fermezza che lui e la sua famiglia non cercano tutele straordinarie: entrambi i coniugi hanno completato studi superiori in Italia, mantengono un'occupazione regolare nel settore informatico e assolvono puntualmente i loro obblighi tributari. Chiedono unicamente una risposta dalle istituzioni competenti e la possibilità di condurre un'esistenza conforme ai diritti riconosciuti dagli ordinamenti civili. Il caso evidenzia come anche gli iter burocratici apparentemente semplici possono trasformarsi in tunnel senza fine, intrappolando persone qualificate e integrate nella società italiana in uno stato di precarietà amministrativa.