Un'inchiesta della magistratura sta facendo luce su un meccanismo organizzato di falsificazione di documenti medici utilizzato per escludere i richiedenti asilo dall'accesso ai centri di permanenza temporanea. A Ravenna, otto professionisti sanitari sono stati iscritti nel registro degli indagati con l'accusa di falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. Le indagini, tuttavia, potrebbero estendersi ben oltre i confini della città romagnola, coinvolgendo strutture ospedaliere in altre regioni italiane.

Secondo quanto emerso dalle comunicazioni sequestrate, tra settembre e gennaio non è stato registrato un singolo migrante ritenuto idoneo all'internamento nei centri di permanenza presso il reparto di Malattie infettive dell'ospedale ravennate. Un elemento che ha sollevato sospetti è un messaggio intercettato scambiato tra i medici indagati e un collega non ancora coinvolto nelle indagini, il quale coordinerebbe l'attività: «Se siete disponibili, inviatemi copia dei vostri certificati perché sto tenendo traccia di tutto». Questo suggerisce l'esistenza di una regia coordinata, potenzialmente estesa a livello nazionale.

Dalla giunta comunale di Ravenna è arrivata una dichiarazione di supporto verso i professionisti coinvolti. L'assessora alle politiche sanitarie Roberta Mazzoni ha affermato: «Manteniamo assoluta fiducia nel lavoro della magistratura, ma desideriamo esprimere vicinanza e solidarietà ai medici sottoposti a indagine e a tutto il team del reparto di Malattie infettive». Questa posizione ha suscitato critiche dall'opposizione, rappresentata da Veronica Verlicchi della lista civica La Pigna, che ha sottolineato come il Comune non aveva mai manifestato analogo sostegno verso altri professionisti coinvolti in processi giudiziari in passato.

La consigliera comunale ha inoltre rimarcato la gravità delle accuse emerse dalla stampa e ha invitato l'azienda sanitaria a fornire chiarimenti sulla vicenda, sottolineando che i dettagli resi pubblici risultano «profondamente preoccupanti». Le difese dei medici indagati hanno scelto di non ricorrere al riesame per il dissequestro dei materiali, una scelta strategica che ha comunque permesso loro di accedere ai documenti depositati dalla Procura durante questo procedimento, consentendo una verifica approfondita delle evidenze raccolte.