Il sistema sanitario italiano fatica a trovare equilibrio tra ospedali saturi e medicina territoriale fragile. Da anni gli esperti concordano: serve rafforzare la sanità di prossimità, quella che dovrebbe intercettare i problemi prima che diventino emergenze. Il medico di base rimane la figura centrale di questo modello, eppure continua a operare in una zona grigia del sistema: formalmente è un libero professionista convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, retribuito principalmente sulla base del numero di pazienti seguiti.

A gennaio 2026 è stata presentata una proposta di legge sottoscritta da Benigni, Cappellacci e Patriarca che promette di cambiare radicalmente il quadro normativo. L'obiettivo dichiarato è avvicinare i medici di medicina generale al modello del dipendente pubblico, pur mantenendo formalmente lo status di convenzionato. Una manovra delicata che mira a evitare lo scontro con Enpam, l'ente di previdenza dei medici, e con la Fimmg, che gestisce la formazione dei medici generici in Italia, diversamente da quanto accade negli altri paesi europei dove il percorso è universitario.

Il cuore della riforma è l'introduzione di 38 ore settimanali obbligatorie. Queste sarebbero suddivise tra l'attività ambulatoriale con i propri pazienti, limitata a un massimo di 20 ore, e le funzioni organizzate dal sistema pubblico, che dovrebbero coprire almeno 18 ore. Questa seconda categoria includerebbe vaccinazioni, programmi di prevenzione, visite domiciliari, consulenze attraverso telemedicina e lavoro presso le Case della comunità. Concretamente, il medico di base passerebbe da professionista autonomo dell'ambulatorio a elemento strutturato della macchina sanitaria pubblica. Un cambio di paradigma che solleva però interrogativi: non sarebbero garantite le tutele tipiche del lavoro dipendente pubblico, e già oggi molti medici dedicano ore aggiuntive non conteggiate alle esigenze dei loro assistiti.

Ma il contesto in cui si innesta questa riforma è particolarmente delicato. Secondo l'analisi della Fondazione Gimbe, la categoria dei medici di medicina generale in Italia è ormai "in via di estinzione". I dati sono allarmanti: attualmente il sistema registra una carenza di oltre 5.500 medici di famiglia, più della metà di quelli ancora in servizio riferisce di avere un carico di pazienti insostenibile, e circa 7.300 professionisti raggiungeranno l'età pensionabile entro il 2027. Una medicina territoriale sempre più fragile, dunque, che rischierebbe di indebolirsi ulteriormente se sottoposta a nuovi vincoli senza incentivi adeguati a invertire il trend di abbandono della professione.