Decine di migliaia di donne hanno riempito le strade italiane in occasione dell'8 marzo, trasformando sessanta piazze del Paese in palcoscenici di lotta per i diritti femminili. Il movimento 'Non una di meno' ha coordinato una giornata di protesta nazionale rivolta contro le scelte dell'esecutivo Meloni, in particolare contro il disegno di legge Bongiorno che modificherebbe la normativa sulla violenza sessuale, contro le politiche di guerra e per il contrasto al patriarcato.
A Roma, la 'marea fucsia' ha sfilato per il centro storico passando davanti al Colosseo al grido di 'Consenso sì, Bongiorno no'. Le attiviste hanno accusato il governo di essere 'il più antifemminista degli ultimi ottant'anni', rivolgemdosi direttamente alla presidente del Consiglio: 'Meloni, ci senti? Siamo noi l'opposizione a un governo misogino, razzista e guerrafondaio'. Presenti in corteo anche famiglie con bambini e bandiere palestinesi. Sulla stessa linea la deputata dem Laura Boldrini, intervenuta nel capoluogo laziale per denunciare come un esecutivo guidato da una donna non si dedichi a difendere i diritti delle donne.
Secondo il movimento femminista, il ddl Bongiorno rappresenterebbe l'ultimo tassello di una strategia governativa volta a relegare le donne in una condizione di subalternità e dipendenza. Le organizzatrici sostengono che il governo sta smantellando decenni di conquiste in materia di contrasto alla violenza, frutto delle lotte passate. Un momento di tensione si è verificato quando un gruppo di cittadini iraniani ha esposto un cartello a favore dell'intervento militare nel loro Paese, prontamente contrastato dalle manifestanti che hanno ribadito il principio pacifista della mobilitazione.
Nella metropoli lombarda gli striscioni hanno raggiunto palazzi simbolici: un grande manifesto affisso al grattacielo Pirelli recitava 'Senza consenso è stupro, senza dissenso è fascismo'. In altre vetrine sono comparse immagini rovesciate di Trump accompagnate dalla scritta 'Make Fascist Afraid Again'. Tra i cartelli spiccava anche 'Not in my name. Stop zone rosse. Stop deportazioni', evidenziando come le istanze femministe si intreccino con quelle migratorie e antirazziste.
La mobilitazione dell'otto marzo prelude a una giornata di sciopero generale proclamata per il nove marzo, con cui il movimento intende proseguire la pressione sull'esecutivo. Le proteste testimoniano una crescente frattura tra le politiche del governo e le rivendicazioni di una parte significativa della società civile organizzata, che vede nella figura della premier Meloni un paradosso: una donna al vertice che, secondo le manifestanti, non rappresenterebbe gli interessi delle donne italiane.