La guerra in Iran ha raggiunto un costo insostenibile per gli Stati Uniti: ogni giorno il governo americano brucia circa un miliardo di dollari. In questo contesto, Washington e i suoi alleati stanno valutando diverse strategie per accelerare la conclusione del conflitto. Tra queste, emerge con particolare rilevanza il controllo dell'isola di Kharg, un'area strategica di soli venti chilometri quadrati situata a venticinque chilometri dalla costa iraniana e a meno di cinquecento dallo Stretto di Hormuz. Attraverso questo terminale transita il novanta per cento delle esportazioni petrolifere di Teheran, il che la rende una leva economica formidabile.

Finora l'isola non è stata bombardata, e le ragioni sono due: da un lato, distruggerla comporterebbe la perdita permanente di una fonte di ricchezza; dall'altro, conquistarla intatta permetterebbe di bloccare completamente i flussi finanziari verso il regime, paralizzando la capacità di pagare soldati e dipendenti pubblici. Il generale David Petraeus, già comandante delle operazioni americane in Iraq e successivamente direttore della Cia, sostiene la fattibilità di un'operazione di conquista. Anche i vertici del Pentagono ritengono che le difese sull'isola siano indebolite, con le risorse iraniane concentrate altrove. Tuttavia, un'operazione terrestre comporterebbe significative difficoltà logistiche: sarebbero necessari elicotteri, sbarchi coordinati e una preparazione complessa. Il presidente Jimmy Carter aveva considerato un'operazione simile nel 1979, ma aveva alla fine rinunciato dopo il fallimentare raid del 1980 per liberare gli ostaggi dell'ambasciata americana a Teheran.

Parallelo al dibattito su Kharg è quello riguardante i siti nucleari iraniani, dove si concentrano le scorte di uranio arricchito. Gli analisti sospettano che il materiale sia custodito nei bunker di Isfahan o nei centri di arricchimento di Fordow e Natanz, tutti profondamente interrati. Una possibile operazione presenta molteplici ostacoli: innanzitutto, l'ubicazione precisa rimane incerta; in secondo luogo, qualsiasi intervento richiederebbe specialisti altamente qualificati per il trasporto; infine, la distruzione del materiale fissile comporterebbe rischi radioattivi significativi. Disabilitare il programma nucleare farebbe comunque perdere al regime un'arma di pressione cruciale sulla scena internazionale.

Altri due scenari rimangono aperti sulla scrivania di Washington: il cambio di regime attraverso operazioni mirate e il crollo interno del sistema governativo iraniano per via dell'esaurimento economico e politico. Finora, il presidente Donald Trump non ha comunicato ufficialmente la scelta tra un intervento terrestre su larga scala o misure alternative, sebbene il senatore democratico Richard Blumenthal abbia ventilato l'opzione di uno sbarco dopo un briefing riservato presso il Congresso. Ogni scenario comporta rischi, costi e conseguenze geopolitiche significative che Washington continua a valutare mentre i conti della guerra diventano sempre più salati.