Un microorganismo dalle capacità quasi sovrumane torna al centro dell'attenzione scientifica. Il Deinococcus radiodurans, noto negli ambienti accademici come "Conan" per la sua straordinaria resistenza, è stato sottoposto a un nuovo test estremo presso la Johns Hopkins University che potrebbe riscrivere le teorie sulla diffusione della vita nello spazio.

I ricercatori hanno sottoposto il batterio a una pressione di 2,4 gigapascal mantenuta per un microsecondo, una forza equivalente a 30mila volte la pressione atmosferica terrestre. Il risultato ha sorpreso gli stessi scienziati: tre batteri su cinque hanno sopravvissuto all'esperimento, dimostrando ancora una volta le proprietà quasi incredibili di questo microrganismo. I dati sono stati pubblicati sulla rivista Pnas Nexus e rappresentano un ulteriore tassello nel mosaico che circonda le possibilità della panspermia, cioè la teoria secondo cui la vita potrebbe essersi diffusa tra i pianeti attraverso il trasporto passivo nello spazio.

Conan non è nuovo a prove estreme. In precedenti esperimenti era stato esposto a radiazioni 28mila volte superiori a quelle letali per l'uomo, senza conseguenze. Nel 2015 era stato tenuto per un anno all'esterno della Stazione Spaziale Internazionale, immerso nelle pericolose radiazioni cosmiche, uscendone completamente indenne. Già negli anni Ottanta era stato scoperto in condizioni ottimali nelle rovine di Chernobyl, e il suo nome scientifico rimanda direttamente a questa capacità di tollerare dosi radioattive che annichilirebbero qualsiasi altro organismo vivente. Persino negli ambienti più ostili del nostro pianeta, come il deserto dell'Atacama in Cile considerato il luogo più arido della Terra, questo batterio riesce a prosperare.

Ma il nuovo esperimento è significativo per un motivo diverso. La pressione applicata mira a simulare quello che accadrebbe se un meteorite colpisse un pianeta e lanciasse frammenti di roccia nello spazio. Se Conan riuscisse a sopravvivere a tale impatto, potrebbe teoricamente essere "sparato" nello spazio e intraprendere un viaggio interplanetario. Marte rappresenta il candidato principale come luogo di origine ipotetico. Il pianeta rosso possedeva in passato vaste quantità di acqua superficiale, e anche oggi contiene oceani sotterranei. Inoltre, sulla sua superficie sono state identificate molecole organiche complesse la cui origine biologica non è affatto da escludere.

L'ipotesi affascinante che emerge dalle ricerche della Johns Hopkins potrebbe quindi spiegare come la vita potrebbe essersi spostata da un pianeta all'altro attraverso i secoli, trasportata su asteroidi e meteoriti durante gli inevitabili impatti cosmici. Un viaggiatore biologico perfetto, attrezzato dalla natura con tutti gli strumenti per sopravvivere al vuoto freddo dello spazio e alle radiazioni letali, potrebbe aver seminato la vita attraverso il nostro sistema solare. Sebbene al momento rimanga una teoria affascinante da verificare, gli ultimi dati suggeriscono che almeno da un punto di vista biologico, il viaggio interplanetario del Deinococcus radiodurans non è affatto impossibile.